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25.01.2010 |
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Pronti a ripartire. Oggi però sono così scoglionata che non riesco nemmeno a scegliere e decidere un misero hotel per il week end a Montecatini. Non ho ancora nemmeno deciso se restare una notte o due, se dormire lì o fuori. Di questo passo potrei anche diventare indecisa sull’andare o meno! Bisognerà che mi dia una mossa. IN TUTTO. |
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05.01.2010 |
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Piove. Giornate in ufficio caratterizzate dalla solitudine e dalla voglia di non far niente. Lampada accesa, lampadari spenti, l'apatia è così potente che nemmeno il media player sopravvive. Anno che va, anno che viene... mi lascio alle spalle un lavoro cambiato tre volte, dischi ascoltati, libri non letti, decine di concerti, trasferte su e giù per l'Italia, scosse di terremoto, un matrimonio (altrui), paesini sperduti, due autovelx e cinque punti della patente. Lo Scudetto, quello del 17 maggio. Quei pianti e brividi e gioie e chilometri e nottate intere guidando veloce per tornare a lavoro. Due mani grandi che alzano una coppa aspettata troppo tempo. una soddisfazione personale e un senso perenne di euforia. E poi amicizie allentate, amicizie più strette, rapporti cresciuti e, a volte, inaspettati. Le solite cose e qualcuna in più. E adesso non faccio propositi. Sarà che il ferrari è esploso in freezer, ma in fondo se guardo alla voce "tragedie" mi è andata di culo. Buon anno a tutti. Più o meno. |
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25.06.2009 |
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E poi? E poi succede che il tempo passa, gli eventi anche, un lavoro di merda risucchia la tua vita e perdi anche la voglia di comunicare. Ho fatto un altro giro sulle montagne russe: prima su su in alto, poi giù senza freni. Ho corso in auto tra Ancona, Piacenza e Trento per vedere un sogno realizzarsi, e nemmeno il tempo di godermelo che qualcosa mi ha trascinata di nuovo piedi a terra. Ho rivissuto la gioia di uno scudetto, e avrei voluto e potuto scriverne tanto: il 17 maggio, come nel 2000; dallo 0-2 al 3-2, come nel 2000. Una serie di finale da urlo e dieci anni di vita spesi in una partita, notti passate in autostrada e rientri a casa in tempo per andare a lavoro, migliaia di chilometri macinati in quattro giorni. Per vedere, finalmente, una persona che da troppo tempo lo meritava alzare la coppa, e sentirla un po’ anche mia. Così, in poche righe, ben lontane da quelle che pensavo di scrivere all’inizio. Perché poi, esattamente un mese fa, un calvario inevitabile è piombato sulla mia testa e tutto il resto ha perso di significato. E sti cazzi del lavoro, del contratto, del capo, delle bollette, della gente, del resto del mondo: ho perso un pezzo di me, ed era un pezzo bellissimo. Da cinque giorni Attila non c’è più. Attila era un bulldog bellissimo, portato via da un male bruttissimo. La mia vita è più povera e vuota, adesso. E sembra che niente abbia più senso, qui intorno. |
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09.05.2009 |
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Arrivare di nuovo in finale scudetto. Aspettare tre mesi per un concerto di Pacifico, e poi perderlo per la finale scudetto. Soffrire via streaming audio per le gare di finale che non si possono vedere. Odiare il lavoro, il capo, l’azienda e soprattutto la consulente aziendale. Sperare che la consulente scoppi, o finisca in autocombustione. Non avere gli straordinari pagati e alimentare così l’odio. Non vedere per cinque anni un cugino, ma restare fratelli per sempre. |
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18.02.2009 |
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Stasera si butta un occhio alla Champions (di pallavolo) e uno al Festivàl. Del resto io sono famosa per essere multitasking! Perché Sanremo è Sanremo, ma la Champions è la Champions. Comunque, dopo l’inizio trionfante in citazione di Amadeus e Pink Floyd, arriva la prima straziante esibizione della serata…Non lo faccio per me, ma per il mio numeroso e meraviglioso pubblico! continua... |
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16.02.2009 |
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A volte sembra di capitare sotto una pioggia di mattoni traforati e non c’è nemmeno un riparo nelle vicinanze. Doveva essere una bella serata, quella di ieri. Una serata per rivedere dopo tanti anni una persona molto cara, nonostante la distanza. Una serata di incontri e sorrisi. E infatti lo è stata, questo è indubbio: rivedere e riabbracciare A. dopo tutto quello sfacelo di tempo, e ricordarsi che eravamo minorenni tanti anni prima, lì, in quello stesso posto. E rivedere e riabbracciare la mamma di A., mitica donna sempre guizzante, con l’occhio lucido dal freddo e il sorriso sempre sincero. E ricordarsi di tutti quegli anni in trincea, i viaggi interminabili in pullman per prendere magari un 3-0 secco, quella volta all’Autogrill con i California Dream Men, la Coppa a Firenze, lo scudetto… Una vita. Una vita trascorsa una vita fa. Ed è stato bello vedere che l’affetto e la sincerità non hanno tempo, che la memoria custodisce nomi e fatti, con A. e la mamma di A. Ma i mattoni sono lì in agguato, pronti a cadere copiosi, e tentare di schivarli non serve a nulla. E un semplice “come va” diventa l’ombra, il vuoto incolmabile di chi ha perso e di chi non sapeva. Un’altra A., questa volta lei una mamma, una di quelle sprint, di quelle implacabili, attive e amichevoli come ce ne sono poche. E la sua ombra, quella di R. che non c’è più da quasi tre mesi. R. suo marito, il papà finto burbero, coinvolto e coinvolgente… All’epoca la pallavolo era anche il mio lavoro. Ragazzini e ragazzine che si davano il cambio ogni 75 minuti in palestra, ed io lì al crocevia. A. e R. erano presenze costanti, complici due lavori flessibili, e vedevano la loro passione per quel mondo crescere con i loro due figli. Quando giocavano i più piccoli, la mancanza di arbitri era una costante. R. si fece pregare un po’ la prima volta, un po’ meno la seconda. Alla terza si mise il fischietto in tasca e mi disse “questo mo me lo tengo io, tanto ormai so’ l’arbitro, me lo merito”. E c’erano risate e dibattiti, dal minivolley alla serie A, e quando dopo otto anni ci si incontrava sui campi c’erano ancora quelle risate e quei dibattiti. Non so se tenesse ancora quel fischietto verde in tasca, ma so per certo che quella passione nata lì, in quella palestra dismessa e umida, aveva portato R. a girare i centri di qualificazione regionale per reclutare giovani talenti. R. e A. parlavano da genitori ad altri genitori, da amici ai ragazzi, organizzavano macchine per andare e tornare dagli allenamenti, seguivano costantemente ogni ragazzo. R. era il papà di tutti, senza nulla chiedere in cambio, tutto quello che lo muoveva era la sua passione, il suo fervore, il suo cuore genuino dietro modi finto burberi. R. non c’è più. Se n’è andato quasi tre mesi fa, ed è tutto surreale. Non una parola dalla società a cui lui allevava talenti, non un comunicato striminzito, niente. Sento questi mattoni cadermi addosso di taglio e di piatto, e un torpore mi avvolge il cervello. Penso a R. e rivedo momenti, pomeriggi, discorsi, parole. Sento la sua voce, vedo la giacca marrone e il fischietto verde in tasca. Una vita trascorsa una vita fa. Che finisce la sua corsa qui. Dopo Giulia, se n’è andato anche Romeo. E non trovo riparo da questa pioggia. |
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15.11.2008 |
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Odio avere l’influenza. Odio sentirmi male e sapere che niente mi darà sollievo, se non il passare dei giorni. Non posso e non riesco a starmene a casa: devo andare a lavoro, devo portare a spasso il cane, devo fare la spesa. E poi stare nel letto a far che? Mi giro e mi rivolto di continuo tra caldo-freddo-caldo della febbre che sale e scende a velocità vertiginose, e respiro male e tossisco… insomma, da due giorni sono un vero cesso. Non c’è che dire! Però me la cavo. E domani, finalmente, trasferta. |
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14.10.2008 |
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L’impressione che ho, è che questa estate sia stata più corta di quelle che l’hanno preceduta. Che settembre sia corso via dietro di lei per paura di perderne le tracce, e che ottobre sia veramente in affanno per cercare di recuperare terreno. L’impressione che ho è quella dei giorni che scorrono via tra le lancette di un orologio, senza che si faccia in tempo a guardare l’ora. E’ l’impressione di scarpe invernali mai riposte nella scatola, pigiami estivi ancora nuovi, camicie non messe, progetti scaduti. E’ l’impressione di un’estate senza week end, di concerti fugaci e viaggi in 24 ore, di poche serate e pochi gelati. E’ l’impressione di un nuova stagione senza campionato, senza domeniche impegnate, le cene post-partita e gli autoscatti in trasferta. Dopo un anno vissuto al limite, pare che sia giunto il momento di fare un po’ di forzato riposo. Su tutti i fronti. Ma porca pupazza, posso dire con vanto che un capello bianco che sia uno ancora non ce l’ho!!! |
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26.08.2008 |
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Questo potrebbe essere il mio ultimo post su questa Olimpiade. Non lo prometto, che non si sa mai, ma mi impegnerò affinchè i miei argomenti tornino a spaccare le altrui palle con altri temi. Tanto (quasi) nessuno mi capisce, e diventa attività faticosa esprimersi a riguardo. Detto ciò, oggi ho reinserito una pratica che con un paio di amici usavo una decina di anni fa, il “vai all’aeroporto e aspetta i giocatori”. All’epoca si andava ad aspettare i calciatori prima o dopo le varie trasferte di campionato, stasera c’era l’ultima tranche della delegazione olimpica che faceva rientro in patria. Il fenomeno che più di tutti ho potuto osservare, nella mia lunga attesa, è il “salta sul carro del vincitore e butta nel cesso chi vinceva ieri”. Triste e un po’ pacchiano. Come decisamente pacchiana ho trovato la delegazione di Marcianise in attesa del pugile Russo (di nome, non di fatto). Insomma, è bello, bellissimo andare a dimostrare il proprio affetto, ma il gruppo sportivo Fiamme Gialle in attesa di Antonio Rossi era altrettanto bello pur senza chitarra, mandolino, fisarmonica e cantante folk. Italiani pizza mandolino spaghetti, insomma, soprattutto se del sud. Ma andiamo per ordine,continua... |
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10.08.2008 |
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Quelle che ricordo meglio, e con più mestizia, sono quelle di Atlanta 96. Ricordo quella finale tormentata, in cui Giulietto Velasco toppò tutto il toppabile di questo mondo: Bovolenta in campo con il naso rotto (da una gomitata di Bracci), Gravina in panchina, un time out al quinto set mai chiamato. Ricordo quelle casacche arancioni e quegli spilungoni che menavano come addannati, la ricezione sbagliata di Papi, il fischione out di Giani, Van Der Meulen spavaldo e Bas Van De Goor che, sull’ultima palla, cambia improvvisamente traiettoria. Ricordo gli occhi spalancati davanti alla tv, il pavimento di una cameretta, le lacrime amare che uscirono inesorabili e incontenibili. Mancano sei ore al nuovo debutto, dopo Atlanta, dopo Sidney e dopo Atene. Gardini ora è il vice ct, Giani allena a Modena, Bracci è con le ragazze della femminile. Matteo Martino scenderà in campo, lui che nel 96 aveva 9 anni, insieme allo Zlatanov che nel 96 vinse il premio di Miglior Giocatore della Junior League. Con loro Cisolla e Vermiglio che facevano gavetta, Birarelli che forse non pensava ancora a giocare a pallavolo, Corsano che ancora schiacciava. E Meoni, che saltò la cerimonia di apertura all’epoca perché si faceva sempre male… E io sono sempre qua, con la sveglia puntata e il telecomando in mano. |
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poca roba quest'anno... |
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Pacifico, Dentro ogni casa
Deasonika, Tredicipose
Take That, The Circus
Morgan, Italian Songbook vol.1
Velvet, NLDCA
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