La parte più importante, qual’è? Intendo la parte di noi che debba essere svelata al prossimo, per far si che ci si conosca. A volte, spesso, mi rendo conto che le persone che mi circondano non sanno niente di me. O meglio, che conoscono solo un pezzo, una faccia, un lato. Quante cose devi conoscere di una persona, per dire di conoscere lei, per avere la pretesa di sapere chi stai guardando negli occhi? Non lo so, a volte è difficile. Mi rendo conto che chi mi frequenta può facilmente indovinare la mia fede sportiva dalla mia felpa. La musica che ascolto, dai cd che tengo in auto e di cui parlo. Il mio colore preferito, l’odio per i funghi, la passione smodata per gli anfibi. Persino gli sconosciuti della metropolitana sanno cosa leggo. Qualcuno va più a fondo, tipo il nome del mio cane, di mia sorella, di mio nipote. Ma basta questo? Chi mi legge senza conoscermi sa cose che rimangono dietro il vetro. Chi ha avuto la pazienza e la costanza di dare un’occhio a questo blog sa cosa penso del mondo, la mia scarsa attitudine all’innamoramento, le mie crisi, le mie montagne russe. Di blog in blog, di anno in anno, conosci tutto di una persona, sai tutto di lei. Oppure non la conosci affatto? E’ assurdo dire di conoscere qualcuno che non si è mai visto, col quale non si è condiviso nulla di materiale, del quale non si è incrociato lo sguardo, sentito l’odore, ascoltato la voce. Eppure è così. Sono circondata da persone che non mi conoscono affatto, mentre i legami più profondi se ne stanno lì, a centinaia di chilometri di distanza. E sarebbe bello abbatterle per sempre, queste distanze.
Piove. Giornate in ufficio caratterizzate dalla solitudine e dalla voglia di non far niente. Lampada accesa, lampadari spenti, l'apatia è così potente che nemmeno il media player sopravvive.
Anno che va, anno che viene... mi lascio alle spalle un lavoro cambiato tre volte, dischi ascoltati, libri non letti, decine di concerti, trasferte su e giù per l'Italia, scosse di terremoto, un matrimonio (altrui), paesini sperduti, due autovelx e cinque punti della patente. Lo Scudetto, quello del 17 maggio. Quei pianti e brividi e gioie e chilometri e nottate intere guidando veloce per tornare a lavoro. Due mani grandi che alzano una coppa aspettata troppo tempo. una soddisfazione personale e un senso perenne di euforia.
E poi amicizie allentate, amicizie più strette, rapporti cresciuti e, a volte, inaspettati. Le solite cose e qualcuna in più.
E adesso non faccio propositi. Sarà che il ferrari è esploso in freezer, ma in fondo se guardo alla voce "tragedie" mi è andata di culo.
Anche se non frega a nessuno, io sono ancora qui e questo blog è ancora ufficialmente vivo.
Io più che viva sono sopravvissuta. Ad un congresso nazionale di medici, che a vederli da vicino mettono paura e fanno venir voglia di votarsi all’omeopatia a vita. Così stupidi, così altezzosi. Per fortuna uno su 50 riesce ancora a salvarsi, e a salvare la categoria. Sono sopravvissuta, dicevo, ad una settimana di reclusione in un lussuoso quanto pacchiano hotel 5 stelle, dormendo 5 ore a notte (una per stella), sopportando la mia capa e soprattutto la mia collega, compagna di lavoro e di stanza incompatibile con me. Sarà che sono maniaca, ma gradirei un bagno pulito, e non una tempesta di capelli e asciugamani ovunque. Le convivenze forzate, si sa, sono difficili, anche tra le persone migliori del mondo. Comunque se tra piedi rotti e gambe gonfie, al sesto giorno riesci ancora a camminare… puoi dirti vincitore. Metterò questa esperienza al terzo posto tra quelle a cui sono sopravvissuta.
Il resto è boh. Non sono euforica ma nemmeno triste. Esco poco, lavoro molto, cerco di evitare un fan troppo molesto che non vuole credermi morta e a mia volta cerco di essere una fan molto poco molesta. Vivo tutto come dietro un vetro. Mi sento anestetizzata e non ho ancora capito se sia un bene o un male. Mi sto adeguando al nuovo lavoro e imparo a sopravvivere ogni giorno anche alla metropolitana, con impassibile fermezza e pazienza notevole. Mi sento come un elettrocardiogramma regolare: non ci sono cattive notizie, ma nemmeno sussulti. Mi ci vorrebbe qualche emozione forte, io non sono fatta per le cose regolari.
Non è una citazione da spot, no. E’ semplicemente quello che accade. Le cose cambiano, le cose succedono (a volte). Frenetico quest’anno, quanti cambiamenti in fila, uno dietro l’altro. Terzo lavoro in pochi mesi, ad esempio. Stavolta speriamo, sul serio speriamo, che sia quello giusto. Stavolta sto più o meno dietro una scrivania, dietro un pc, gestisco soci, associazioni, quote, iscrizioni e soprattutto un ciclopico congresso nazionale. Di medici. Ottusi. L’ambiente non è dei migliori, ma ne ho vissuti di peggio e poi vuoi mettere? Per la prima volta in vita mia ho il week end libero. Sabato e domenica. Interamente L I B E R O. Un evento così eccezionale che quasi mi viene l’ansia da prestazione quando si avvicina il venerdi. E lo stipendio? Il più alto che abbia mai percepito fin’ora. Insomma, se stavolta ci fossimo sul serio non mi dispiacerebbe.
Prima di ciò, mi sono fatta un mese intero di ferie. Tutto il mese d’agosto a sollazzarmi tra il nulla cosmico e concerti in trasferta. Per la prima volta, anche questo. Poi settembre back in time al mio vecchio lavoro. Ottobre di nuovo un change. Ecco, vedi che le cose succedono?
E quando le cose succedono, bisogna allenarsi a sopravvivere. Alla metropolitana la mattina: un muro umano di persone su due linee diverse. Alla sveglia, un’ora e mezzo prima dell’abitudine. Al caffè della macchinetta automatica. E soprattutto ad aver mollato il quadrupede a casa di mamma, perché adesso si sta fuori casa 12 ore di fila. A volte mi manca così tanto che avrei voglia di licenziarmi. Come adesso.
Insomma, le cose succedono. Anche quando meno te lo aspetti.
Prologo: l'amico Timpa, prode isolano emi-immi-grato nel profondo nord est che produce, prima di partire per le sudate (è il caso di dirlo!) vacanze lancia un contest, questo. Durante una caldissima e quanto mai umidissima cena romana, la sottoscritta viene alzata a notaio ufficiale della competisciòn. Con i miei tempi, perchè si sa che la burocrazia c'ha i suoi tempi, sono qui a pubblicare finalmente le prove dovute per pagare il premio al giusto vincitore.
Si Chris, fattene una ragione. E' decisamente un premio in natura.continua...
Mah, diciamo bene. Mi pongo la domanda e mi do una risposta incerta, come incerte sono tutte le cose che sto vivendo ora. Esausta e sfinita da una situazione insostenibile, ho detto addio al mio “nuovo lavoro”, progettando un allontanamento graduale in seguito alle implorazioni del capo idiota. Ancora qualche giorno, e poi… boh. E poi non ho idea di cosa accadrà nel mio futuro, anche se ovviamente ho un piano B messo da parte, che mica sono scema! C’è un’idea, un progetto che mi piace ed entusiasma a giorni alterni, che oscilla e vacilla tra burocrazia e fattibilità, e che ancora non ho ben capito se voglia davvero perseguire. Ci sono dei colloqui, delle idee, delle probabilità.
PARTE DUE
Per ovviare al dolore di una trasferta mancata, mi sono comprata il navigatore. E’ come se avessi comprato degli sci per dimenticare di non poter andare in settimana bianca. Qualche altra trasferta rapida, da fare in giornata, è in programma, ma se fino ad ora me la sono cavata con i bigliettini della via michelin, forse avrei anche potuto continuare. Comunque no, non sono pentita del mio acquisto, per ora lo trovo molto divertente, soprattutto quando lo faccio impazzire non rispettandolo e lui deve calcolare mille volte l’itinerario.
PARTE TRE
Venerdi scorso ho preso tanta, tantissima acqua ad Asti. La pioggia su un concerto, comunque, fa molto rock’n’roll. Indimenticabile la signora che si affaccia dal palazzo di fronte, mentre cercavamo riparo sotto un portone, e ci offre dei sacchi di plastica da indossare come k-way: che il Signore la benedica, ora e sempre! Avvolte in quei condom giganti eravamo davvero chic, due giorni dopo piene di mal di gola e raffreddori un po’ meno…
COLONNA SONORA
Nella Lista Delle Cattive Abitudini, il nuovo album dei Velvet.
E poi succede che il tempo passa, gli eventi anche, un lavoro di merda risucchia la tua vita e perdi anche la voglia di comunicare.
Ho fatto un altro giro sulle montagne russe: prima su su in alto, poi giù senza freni. Ho corso in auto tra Ancona, Piacenza e Trento per vedere un sogno realizzarsi, e nemmeno il tempo di godermelo che qualcosa mi ha trascinata di nuovo piedi a terra.
Ho rivissuto la gioia di uno scudetto, e avrei voluto e potuto scriverne tanto: il 17 maggio, come nel 2000; dallo 0-2 al 3-2, come nel 2000. Una serie di finale da urlo e dieci anni di vita spesi in una partita, notti passate in autostrada e rientri a casa in tempo per andare a lavoro, migliaia di chilometri macinati in quattro giorni. Per vedere, finalmente, una persona che da troppo tempo lo meritava alzare la coppa, e sentirla un po’ anche mia.
Così, in poche righe, ben lontane da quelle che pensavo di scrivere all’inizio. Perché poi, esattamente un mese fa, un calvario inevitabile è piombato sulla mia testa e tutto il resto ha perso di significato. E sti cazzi del lavoro, del contratto, del capo, delle bollette, della gente, del resto del mondo: ho perso un pezzo di me, ed era un pezzo bellissimo.
Da cinque giorni Attila non c’è più. Attila era un bulldog bellissimo, portato via da un male bruttissimo. La mia vita è più povera e vuota, adesso. E sembra che niente abbia più senso, qui intorno.
E’ solo l’onda d’urto. Del terremoto, del nuovo lavoro, delle nuove scelte consapevoli e obbligate. Tutto trema, tutto vacilla: la casa, la terra, la vita. E’ solo l’onda d’urto.
Lavorare di domenica è alienante. Non che non l’avessi mai fatto, avendo sacrificato all’altrui shopping i miei ultimi sette mesi di Dicembre, ma farlo ora ha dell’assurdo. Soprattutto senza preavviso spirituale e psicofisico. Non ti da la possibilità di pensare al lunedi come un nuovo inizio di una lunga settimana, perché la tua settimana, di fatto, non è mai finita. Ergo, guardi la folla spendacciona e il tuo cervello si convince che si, è fine settimana, ovvero sabato, quindi domani mattina belle ronfate e poi lunedi… No, ma de che! Devi fare training autogeno e rassegnarti al fatto che è “solo” domenica. Che il sabato è già finito e il lunedi sta già iniziando, come direbbe Marzullo. E che per domenica prossima hai già un orario impossibile che ti costringerà ad alzarti alle otto e ti farà tornare a casa dopo cena. ARGH! Ma intanto, mentre conto anche l’euro nelle mie tasche, siamo già alla quarta settimana di lavoro e le altre tre si sono volatilizzate in un soffio.
E poi non so. Avrei da raccontare di una cena in cui tutti si sentivano liberi di essere quello che sono, dove il cazzeggio si confondeva alla confidenza e l’entusiasmo alla tranquillità, ma è solo una serata come tante di questi sei anni di microfamiglia allargata, e come tante altre ancora ce ne saranno. Auguri, Microclima!
Questo nuovo lavoro mi distrugge, fisicamente parlando. Eh si, perché il lavoro è mio se mai ci fossero stati dubbi al riguardo. Che strano, cotto e mangiato così all’improvviso, e sempre con quella positiva sensazione che era cosa fatta già dal colloquio. E, dicevo, fisicamente mi distrugge. Ma la cosa mi piace, perché alla fine di ogni giornata ho sempre l’impressione di aver fatto, concluso qualcosa. Mi piace perché vado come un treno, e quell’ansia iniziale sul cambiare e ricominciare da zero è solo un ricordo: sono già perfettamente padrona del campo, e mi destreggio abilmente nel mio spazio. Mi piace perché siamo in cinque, e una varietà di persone a fianco mi ci voleva proprio. Inoltre sembrerà una favola, ma si sta bene un po’ con tutti, c’è stata subito empatia e credo che sia stata proprio questa la chiave del successo. Ho una marea di cose da imparare, ricordare, fare, sistemare e mi sento stimolata da tutte queste nuove “prove”. Insomma, procedo a vele spiegate. E la sera vado a letto un po’ prima del solito, se ci riesco, così che la mattina possa anche alzarmi più tranquilla e riposata e arrivare pimpante in anticipo. Certo, il tempo è poco, sempre meno, e anche bloggare è impegnativo: devo solo prendere le misure con questo ordine schematico temporaneo, poi si ricomincerà a far casino. Promesso (a me stessa, soprattutto).
Settimana intensa, la scorsa. Prima di finirla cadendo malamente dai pattini, ho avuto modo di vedere da vicino due delle persone che più mi emozionano a questo mondo. La prima, Pacifico, mi fa piangere. La seconda, Morgan, mi fa ridere. Per fortuna o purtroppo, Pacifico è ancora appannaggio di pochi, sebbene molti lo apprezzino senza sapere (del tipo “ah, ma è lui?! Allora mi piace tantissimo!”), e si riesce ancora ad abbracciarlo con l’emozione di una dodicenne. Il secondo adesso è “nazional-popolare” ed io rimpiango i tempi di quando eravamo in quattro ad aspettare dopo i concerti dei Bluvertigo, e non ho ancora capito se odio di più le bambine che vengono a vederlo solo per parlare del succhino, o le tardone terribili che depongono mazzi di fiori sul palco come se fosse l’altare di un morto. Ma è stata una settimana emozionante, comunque.
Mi viene in mente di scriverne adesso che non ho tempo e salute (difficile con una mano sola), limandone brutalmente tutto il bello, perché ho appena appreso della dipartita da questo mondo di Mino Reitano. Si vabbè, sarà pure trash, ma in fondo Itaaaliaaa Itaaaliaaa l’abbiamo cantata un po’ tutti. Sarà stato anche pessimo il tentativo di reality show impiantato sulla sua malattia, senza delicatezza e senza poi risultato, ma credo che il mio schifo per quell’operazione si possa riversare unicamente su chi tentò di sfruttarla senza cuore per due punti di share in più nel pomeriggio. In fondo Mino Reitano era solo uno dei tanti talenti presi, spremuti e abbandonati del nostro paese. Che in fretta e furia ti mette sulla vetta, e con la stessa velocità ti butta giù dalla torre e poi magari ti deride pure. Una volta l’ho visto in concerto, Mino Reitano. Tanti anni fa, una quindicina, nella piazza del paese di mia nonna: imbarcai tutti i cugini piccoli, e me li portai a ballare e ridere giusto sotto il palco. La gente c’era, sorrideva, cantava, Mino Reitano faceva il suo show e piaceva alla gente. Da qualche parte avevo anche la sua foto autografata dopo il concerto, nel retropalco, e ricordo che guardò la mia imbarcata di bambini sorridendo e disse “ah vi ho visti che ballavate e cantavate tutte le canzoni! Tu poi sapevi tutte quelle dei Queen, eh?!”. Quel “tu” era per me, ovviamente. In fondo fu divertente. In fondo era divertente, anche se raccontava all’infinito di quella volta che aveva suonato con i Beatles. Magari adesso va a suonarci sul serio, che a loro lassù mancano dei pezzi.
Quanta latitanza… è che continuano a succedere cose, tra il serio e il faceto, ma non sempre si riesce a scriverne. Ho avuto dei sentimenti troppo personali, e l’esperienza insegna.
Archiviato il Natale più povero che io ricordi, su sette passati in miniera, ho avuto un bel Capodanno tranquillo e casalingo tra amici, anzi, tra amiche. Il fatto che non ci fossero uomini non ci ha fatto riflettere, no, se è questo che vi state domandando, e ci pare di esserci divertite comunque e di aver magnato da far schifo senza soluzione di continuità per 12 ore. Passato quello, per iniziare bene l’anno, la mattina dell’1 ho pensato bene di farmi incidere un ricordino sulle braccia dalla gattina di mia madre, che mi è costato dieci giorni di antibiotico pesante e applicazioni di pomata che ancora persistono. No, non ho sfidato la sorte, è la sorte che viene a cercarmi… e mi trova, anche! Del resto io sono quella che prova a fare shopping senza riuscirci: tutto quello che tocco è difettato-esaurito- manca il numero- a prezzo intero. Una sorta di Re Mida al contrario, insomma. E quindi può anche capitare che la gattina più piccola e tenera del mondo decida, per la seconda volta nella storia, di sventrare un essere umano, e che quell’essere umano, entrambe le volte, sia io. Però capita anche che finalmente, dopo 4 anni, a brindare a mezzanotte non fossimo solo io e il mio cane, ma anche altri pacifici bipedi simili a me. E poi tanti piccoli regali, alcuni graziosi, altri nemmeno buoni per il riciclo, e soprattutto tanti bei soldi spesi. Da ieri anche le luminarie per le strade sono spente, questo significa che l’anno è davvero finito, archiviato, andato, e che uno in più è sul groppone di tutti, senza possibilità di stornarne nessuno. E’ il tempo, semplicemente. Che passa e porta, tra arrivi e partenze, persone, amici, sentimenti, affetti e fatti. E’ come soffiare sulla spiaggia: granelli che scoprono granelli, intorno sempre sabbia, ma mai la stessa.
Ho appena sfornato una torta di mele. Mele, sfoglia, zucchero e cannella, e un po’ di miele a far la doratura. Così, improvvisata, avevo voglia di fare qualcosa, qualcosa di buono.
E’ il Natale più povero che io ricordi, non ho mai avuto tanto tempo libero a dicembre da quando faccio il mio lavoro attuale (ovvero sette Natali compreso questo). Poco movimento per poca roba, tra allarmismi di recessione, di esondazione, di distruzione, e sono seriamente preoccupata per quello che ne sarà di me nei prossimi mesi.
Finalmente due giorni di sole consecutivi, e un bel freddo secco e odore di agrumi. Qualche regalo di cortesia e un paio di cuore, e la prospettiva di farmi quattro giorni filati a casa a non far niente, sbragata nel letto a quattro di spade.
Nel frattempo, in queste settimane di latitanza, hanno continuato a succedere cose.
Ho passato due giorni in Liguria e mi sono sentita a casa, così tanto da infilarmi il pigiama alle nove di sera e rimanere a letto a prendere in giro un gatto che fa i versi strani. Ho visto i pinguini cocainomani, il delfino erotomane e mi sono fatta amica due razze splendide (come scendiletto) all’acquario di Genova. Ho scoperto che a Lerici c’è un omino che vive in un ascensore, con tanto di scrivania, calendario appeso e pc portatile, e passa le sue giornate ad aspettare che la gente lo chiami.
Ho imparato una strada nuova. Sono tornata a casa senza magone, sebbene sarei rimasta ancora a lungo,perché so che ora che conosco la strada, sarà tutto più semplice. Sono una a cui piace tornare nei bei posti, e che difficilmente dimentica le strade. Soprattutto in questo caso.
A volte succede che si spendano un sacco di soldi per un concerto di Baglioni, ad esempio, e si abbia voglia di alzarsi e andare via dopo venti minuti di agonia. E’ proprio vero che tutti i miti crollano, prima o poi. E mi deprime.
A volte succede che dopo tre ore di macchina il mio cane non stia tanto bene in piedi, e a guardarlo bene ha pure le rughe e le pupille un po’ opache. Inutile ignorare il passare del tempo: invecchia inesorabilmente anche lui. E mi spaventa.
A volte succede che escano due dischi che proprio non posso perdermi nel giro di sette giorni, che ci metta del tempo per metabolizzarli, che venga presa totalmente dalla comprensione degli stessi e che una data saltata mi metta di cattivo umore. E non faccio altro che ascoltare.
A volte succede che rivedi delle facce dopo un anno e mezzo, e vieni accolta da un sorriso enorme. Ed è bellissimo vedere che non sei solo tu a ricordare, e per l’emozione un po’ regredisci e dici solo stronzate, ma i sorrisi sono così belli che non puoi non rimanerne abbagliata. E questo mi rimette al mondo.
A volte capita di cadere con la macchina in una buca di notte, al buio, sotto l’acqua, e di dover rifare l’equilibratura sempre alla stessa ruota per la terza volta in un mese. E mi ci vuole l’esorcista!
E a volte capita che ci si riesca finalmente ad incontrare dopo più di cinque anni, che il destino e le solite sfighe ci si mettano di traverso, ma comunque tieni duro e ti prepari alla partenza. Anche se non hai nemmeno il tempo di fare la valigia… figurarsi scrivere sul blog!
Odio avere l’influenza. Odio sentirmi male e sapere che niente mi darà sollievo, se non il passare dei giorni. Non posso e non riesco a starmene a casa: devo andare a lavoro, devo portare a spasso il cane, devo fare la spesa. E poi stare nel letto a far che? Mi giro e mi rivolto di continuo tra caldo-freddo-caldo della febbre che sale e scende a velocità vertiginose, e respiro male e tossisco… insomma, da due giorni sono un vero cesso. Non c’è che dire! Però me la cavo. E domani, finalmente, trasferta.
Aspettare tanto un nuovo album, per una feticista del cd originale come me, è una vera agonia. Ma dolce, piacevolmente frenetica, a tratti eccitante. E quando arriva il giorno, finalmente, mi sveglio con l’unico pensiero di andare a cercare l’oggetto del desiderio. Così è stato anche ieri: l’obiettivo unico era Tredicipose, il nuovo lavoro dei Deasonika.
Dopo una mattinata di lavoro con tutti i malanni possibili, e una fila alla posta di 40 minuti per spedire una lettera, mi dirigo con poche speranza verso l’unico megastore di dischi che non ha mai niente… E’ un girone dell’inferno: devo dribblare montagne di laure pausine, circumnavigare penisole di tiziani ferri e passare ad occhi chiusi su carboni ardenti di giuseppine ferrere. Un incubo! Ma mi faccio forza e coraggio, e preso un bel respiro entro dalla porta scorrevole e vado dritta per la mia strada: passo svelto e sicuro, niente potrà fermarmi, nemmeno il duetto di Nek con Craig David, o La Cura storpiata da Celentano. No no, ce la posso fare! Le insidie sono tante, ma io sono più forte. Raggiungo l’ultimo reparto in fondo, intercetto la lettera D, guardo svelta e ansiosa tutte le D più improbabili del mondo… ed eccolo. Nero, lucido, luminoso. Una quindicina di esemplari in fila ordinata, che cercano di sopravvivere tra le parole “Dabbono” e “De Piscopo”. Mi viene da pensare che non ho messo i guanti bianchi, e che a casa non ho una teca adatta a contenerlo. Pensieri folli da feticista davanti ad un capolavoro. Assoluto.
Non che la cosa mi abbia minimamente sorpresa, eh. Però gli Stati Uniti d’America hanno il loro primo presidente nero, e sembra impossibile non parlarne almeno una volta.
Nel mio caso, mi sono ritrovata a parlarne nel giorno delle elezioni, mentre cercavo inutilmente di spiegare ad una zucca vuota (ma senza candela dentro) perché la crisi dei mutui americani è partita da lì ma è arrivata fin qui. Tentavo di farle capire che, vivendo tutti sullo stesso pianeta, è inevitabile che le cose facciano il loro pezzo di strada e arrivino un po’ ovunque. Vale per il riscaldamento globale, vale per le guerre e vale per la crisi economica. E’ difficile però relazionarsi contro un muro di ignoranza e di “vabbè, ma la crisi loro a noi mica ce deve interessa’, a noi mica ce tocca”. Vai a dirglielo che gli interessi economici non sono soggetti a embargo, come Cuba (che infatti muore di fame da sola). Provavo a spiegarle che la sua banca la chiama per coprire lo scoperto, e non può attendere sei mesi, perché anche le banche sono al collasso e devono coprire i loro debiti il più possibile. Provavo a spiegarle che il collasso è dato proprio dall’insolvenza di mutui, prestiti e fidi, che tutto quello che sta “sulla carta” prima o poi deve essere trasformato in denaro contante, perché mica stiamo giocando a Monopoli. Ho tentato anche di usare l’esempio figurato della catena alimentare, della serie: grano-topo-gatto-cane, ma non c’è stato verso. E alla fine, sfinita ma consapevole di aver fatto del mio meglio, di essere passata dai massimi sistemi ai disegnini, mi sono arresa. Non c’è cura all’ignoranza. E purtroppo intorno a me ne vedo molta.
La zucca vuota crede che chiunque sia il Presidente che abita nella Casa Bianca, la sua vita non cambierà. Le ho detto di andarlo a riferire alle mamme dei soldati che muoiono tutti i giorni in assurde guerre contro i fantasmi.
Adesso speriamo bene. Che un conto è promettere, un conto è mantenere. Fino ad ora il presidente Obama è stato un grande uomo di marketing, e paragonato al compianto JFK ha subito manifestato l’intenzione di coinvolgere la famiglia Kennedy nel suo mandato. Non so, ho l’impressione che se gli avessero detto che ricorda tanto qualcun altro, i Kennedy non li avrebbe manco nominati.
Come dice lo zio di Peter Parker: da un grande potere derivano grandi responsabilità. E la presidenza degli USA, nel 2008, è il potere più grande a cui un uomo possa aspirare.
Sembra un po’ assurdo ripensarci, però mi mette allegria. Il 24 ottobre di un anno fa, a quest’ora, ero ancora fradicia di pioggia e con gli anfibi pieni di fango. Eravamo ad un’affollata fermata di autobus, in attesa di una navetta che ci riportasse a Famagosta da Assago, eravamo stanche e distrutte e a tratti ancora pioveva. Avevamo conquistato con fatica la nostra transenna, dopo una giornata intera in fila esposte alle intemperie, ed eravamo tornate indietro di quasi 15 anni con i ricordi e l’entusiasmo. Avevamo fame e sete, un’amica in più nella rubrica del telefonino, e portavamo indietro con noi anche la malinconia di qualcosa di splendido finito troppo in fretta. Oggi ci abbiamo ripensato, e ce lo siamo dette, tutte e tre. In attesa che il primo dicembre si possa tornare a sognare come adolescenti.
Sto seriamente prendendo in considerazione l’idea di mandare il curriculum alla Point S: se mi fanno un provino, mi assumo subito!Bucare otto volte in un anno non è da tutti, soprattutto quando negli pneumatici ti ritrovi viti con rondelle, chiodi industriali e bulloni impegnativi. Ma partiamo dall’inizio: le lezioni di sopravvivenza automobilistica. Avendo appurato che di quattro persone in una macchina, ben tre non erano in grado di fare benzina al self service (pompa sbagliata, benzina per diesel, soldi mangiati, carburante sull’asfalto: tutto in dieci minuti), ed avendo stupito tutti con effetti speciali, qualche sera fa ho pronunciato la frase “questa era la prima lezione, al secondo step vi insegno persino a cambiarvi una ruota!”. L’avessi mai fatto…continua...
Di seguito andremo a spiegare perché i gatti neri non amano attraversarmi la strada (sebbene lo facciano a flotte), e perché quando ciò accade si grattano loro.continua...
Cinque lunghi anni di blog. Sessanta mesi di cazzi miei in rete, di recensioni di concerti, di racconti di condominio, di fotografie, di video, di deliri, euforie, depressioni, cose serie e cose facete. Tanti e tanti nomi, link, pezzi persi lungo il cammino. Quattro piattaforme, due titoli, tanti sottotitoli. Dal personalizzato estremo al radical chic. Cinque mesi di vuoto e una lenta, inesorabile ripresa.
C’erano allora, quando HTML era qualcosa di cui ignoravo l’esistenza, e ci sono ancora oggi dei compagni di viaggio. Partiti dalla stessa piattaforma e anche loro traslocati, cambiati, abbandonati e tornati. Non sarà un caso se nell’arco di pochi mesi siamo rientrati tutti all’appello. E quindi questo è un post che voglio dedicare, sempre non a caso, a Maozù, Giuliano, Emerson e Angelo. Che ci si possa rileggere ancora e sempre per i prossimi cinque anni, che di bloggers così non ne producono più.
L’impressione che ho, è che questa estate sia stata più corta di quelle che l’hanno preceduta. Che settembre sia corso via dietro di lei per paura di perderne le tracce, e che ottobre sia veramente in affanno per cercare di recuperare terreno.
L’impressione che ho è quella dei giorni che scorrono via tra le lancette di un orologio, senza che si faccia in tempo a guardare l’ora.
E’ l’impressione di scarpe invernali mai riposte nella scatola, pigiami estivi ancora nuovi, camicie non messe, progetti scaduti.
E’ l’impressione di un’estate senza week end, di concerti fugaci e viaggi in 24 ore, di poche serate e pochi gelati.
E’ l’impressione di un nuova stagione senza campionato, senza domeniche impegnate, le cene post-partita e gli autoscatti in trasferta.
Dopo un anno vissuto al limite, pare che sia giunto il momento di fare un po’ di forzato riposo. Su tutti i fronti.
Ma porca pupazza, posso dire con vanto che un capello bianco che sia uno ancora non ce l’ho!!!
Giorni di intrecci e di pensieri. Di blog che parlano di sogni andati, e di persone che li realizzano. Persone che si credeva amiche, e che invece sul più bello hanno estratto il pugnale alle spalle. Eventi che tornano, e riportano ricordi.
Nella settimana che porta al (mio) concerto più atteso dell’anno, riaffiorano persone, fatti, cose, date che non esistono più. Considerazioni spicciole, in auto, sul diventare genitori, tornando dal reparto maternità dell’ospedale, dove venerdi F. ha messo al mondo il suo primo bambino. Presto toccherà a D. dare alla luce la prima bimba, mentre P. è già al secondo in arrivo a novembre. Quanti bimbi, quante mamme! Avrebbe dovuto essere un momento di festa per tutti, quello di F., e invece io dalla festa mi sono tagliata fuori. Tagliata perché ferita sul più bello, nel momento più improprio, nell’istante meno atteso. E sebbene vent’anni insieme non si possano cancellare con un colpo di spugna, sebbene una nascita sia sempre emozionante, penso e mi dico che avrebbe potuto essere diverso. Invece c’è distacco negli sguardi, c’è la sensazione di rottura, quasi di disagio. Non doveva essere così, e invece lo è stato.
Considerazioni spicciole.
Tre anni fa fu il concerto della discordia, fu l’evento che mise in luce le falle e le mancanze di un rapporto. Fu la grande goccia nel vaso già colmo. Quattro giorni e sarò di nuovo lì ad emozionarmi, da sola in mezzo a diecimila persone. Sono felice. Però penso alla coincidenza, a quella di avere insieme i cocci di due cose che credevo importanti.
E penso al sogno realizzato di F., ad esempio. Ed io? Dove sono finiti i miei sogni? Di tutto quello che desideravo, non mi resta niente. Io non ho sogni infranti, ho sogni rimossi, e forse è peggio. Non so decidere se sia peggio ricordare un sogno mai realizzato, o dimenticarlo del tutto.
Che post maniaco-depressivo! E’ la stanchezza, si si. E poi ho una confusione in testa che non mi piace affatto. Sono talmente confusa che a rileggermi non mi capisco manco io!
Ci siamo. Il “grande rientro” ci sta già risucchiando in miniera, e mi è difficile prevedere quando tornerà la luce in fondo al tunnel. Ma va bene così, lavorare troppo è meno stressante del lavorare poco, il tempo passa di più, e lo stipendio si alza. Non fosse che a settembre iniziano anche un sacco di cose che dovrò perdermi (o vedere per un soffio) non avrei proprio di che lamentarmi!
Prima del delirio, anche il tempo di passare una quarantina di ore via di casa, su nel profondo nord ovest, con la scusa di vedere ancora Morgan. La mia insofferenza al treno è ormai cronica e senza possibilità di recupero, e se mai fossero servite delle prove adesso le ho. Queste quattordici ore di viaggio tra gente che dorme, gente che russa, gente che parla e soprattutto gente che puzza, sono state devastanti! Percorrevo l’Aurelia e dal finestrino dell’intercity (i viaggi della speranza di Trenitalia) guardavo con nostalgia quei posti, quei percorsi che conosco a memoria e che tante volte, ormai, ho visto con la mia macchinina. Con tanti fantastici autogrill ai quali fermarsi per far pipì, prendere un caffè vero (e non solubile freddo), comprare qualche cosa di inutile e gli immancabili ringo con le pringles.
Questa cosa mi ricorda un po’ il Mago di Oz col suo uomo di latta: il vuoto robottino si dannava tanto per avere un cuore che facesse tic tac, talmente tanto da non rendersi conto che il suo cuore era già lì dove doveva essere e lo faceva soffrire e dannare, oltre che amare, come una persona qualsiasi.
Quanto sarebbe bello, a volte, essere sul serio dei cartonati… per non pensare a niente. Un dito di polvere che offusca la vista, poco spessore per incamerare la rabbia, niente spazio per inutili ticchettii toracici. Se poi il cartonato finisse anche dentro una palla di vetro antiproiettile, allora il capolavoro sarebbe finito!
Il problema, amici miei, è che non siamo affatto dei cartonati, e non viviamo affatto in campane di vetro. Se così fosse non staremmo nemmeno qui a parlarne (si, lo so che sto parlando da sola, ma evidentemente un messaggio subliminale c’è, no?!). Un cartonato non si preoccupa di apparire alla gente, non si cura di mostrare attenzione, e io lo so bene: nella mia carriera di feticista ne ho conservati diversi, tra cui un paio veramente grandi di Liam Neeson/Qui Gon Jin. E, giuro, non mi parlano! Niente, non c’è niente che io possa fare per farmi cagare da Liam/Qui Gon, nemmeno promettergli di spolverarlo più spesso, o comprargli una spada laser nuova nuova.
Ecco, le ultime due frasi sono l’esempio pratico di cosa intendo quando affermo che “non ne posso più dei tunnel mentali della gente, è già difficile smazzarmi i miei!”.
Se fossimo dei piatti cartonati, non avremmo di questi problemi. Ne rimorsi, ne rimpianti. Ne ferite, ne ferimenti. Niente, nulla. Un sorriso durbans stampato a vita col ciclostile, sguardo spento e vagamente vitreo, e poi dove mi metti mi metti io sono contento.
Non essere dei cartonati, d’altro canto, non significa essere pessimi. Se tante volte qualcuno fa male a noi, può capitare per compensazione a noi di far male a qualcuno. Si chiamano “rapporti sociali” e non c’è niente di capitale in questo.
Ferirsi, ed essere feriti, è nella nostra natura. Possiamo decidere quali scarpe mettere, che macchina comprare, dove andare in vacanza e quale film vedere al cinema. Ma non possiamo decidere, ne ora ne mai, se essere cartoni in una palla di vetro, o persone di testa-cuore-braccia che annaspano nella vita alla ricerca di una meta. E per fortuna, non ci è capitato di far parte della prima specie.
Quando credi di aver capito, e poi capisci di non aver capito affatto, non sei nemmeno più sicuro di non aver capito!
Questo potrebbe essere il mio ultimo post su questa Olimpiade. Non lo prometto, che non si sa mai, ma mi impegnerò affinchè i miei argomenti tornino a spaccare le altrui palle con altri temi. Tanto (quasi) nessuno mi capisce, e diventa attività faticosa esprimersi a riguardo.
Detto ciò, oggi ho reinserito una pratica che con un paio di amici usavo una decina di anni fa, il “vai all’aeroporto e aspetta i giocatori”. All’epoca si andava ad aspettare i calciatori prima o dopo le varie trasferte di campionato, stasera c’era l’ultima tranche della delegazione olimpica che faceva rientro in patria. Il fenomeno che più di tutti ho potuto osservare, nella mia lunga attesa, è il “salta sul carro del vincitore e butta nel cesso chi vinceva ieri”. Triste e un po’ pacchiano. Come decisamente pacchiana ho trovato la delegazione di Marcianise in attesa del pugile Russo (di nome, non di fatto). Insomma, è bello, bellissimo andare a dimostrare il proprio affetto, ma il gruppo sportivo Fiamme Gialle in attesa di Antonio Rossi era altrettanto bello pur senza chitarra, mandolino, fisarmonica e cantante folk. Italiani pizza mandolino spaghetti, insomma, soprattutto se del sud.
Quelle che ricordo meglio, e con più mestizia, sono quelle di Atlanta 96. Ricordo quella finale tormentata, in cui Giulietto Velasco toppò tutto il toppabile di questo mondo: Bovolenta in campo con il naso rotto (da una gomitata di Bracci), Gravina in panchina, un time out al quinto set mai chiamato. Ricordo quelle casacche arancioni e quegli spilungoni che menavano come addannati, la ricezione sbagliata di Papi, il fischione out di Giani, Van Der Meulen spavaldo e Bas Van De Goor che, sull’ultima palla, cambia improvvisamente traiettoria. Ricordo gli occhi spalancati davanti alla tv, il pavimento di una cameretta, le lacrime amare che uscirono inesorabili e incontenibili.
Mancano sei ore al nuovo debutto, dopo Atlanta, dopo Sidney e dopo Atene. Gardini ora è il vice ct, Giani allena a Modena, Bracci è con le ragazze della femminile. Matteo Martino scenderà in campo, lui che nel 96 aveva 9 anni, insieme allo Zlatanov che nel 96 vinse il premio di Miglior Giocatore della Junior League. Con loro Cisolla e Vermiglio che facevano gavetta, Birarelli che forse non pensava ancora a giocare a pallavolo, Corsano che ancora schiacciava. E Meoni, che saltò la cerimonia di apertura all’epoca perché si faceva sempre male…
E io sono sempre qua, con la sveglia puntata e il telecomando in mano.
E’ uno di quei giorni un po’ così. Uno di quelli che arrivano mesti e banali dopo tanta adrenalina, e quando finisce senti forte il botto. Quasi le tre e mezzo e, come al solito, zero sonno. Non so ancora se voglio alzarmi e uscire domani mattina, o se voglio solo dormire fino a non poterne più, magari fino a sera (che tanto lo so che verso le 7 mi addormenterò, come al solito…). Il primo sabato sera passato a casa dopo tanti sabati sbattuti in giro a fare orari impossibili, risparmiare soldi ed energie può essere utile ogni tanto. Solo che… niente, è la quotidianità che ammazza. E’ quel riproporsi sempre delle solite scene, sempre dei soliti problemi, guardarsi indietro e rendersi conto che, porca miseria, per quanto una si sbatta le cose non cambiano mai. Guardare il calendario e pensare alle cose che si vorrebbero fare, ai posti in cui si vorrebbe andare… e non si farà e non si andrà. Come sempre, come al solito. E sono stanca, stanca e annoiata.
Ho sviluppato un’insofferenza cronica all’adolescente in concerto. Non importa quale concerto sia, ne se l’adolescente sia maschio o femmina: provo sempre, incondizionatamente, l’impulso di selezionare la specie. A volte vorrei avere con me un machete per sfoltirne le inutili calotte craniche, la maggior parte delle volte li guardo devastare il territorio con l’irrefrenabile voglia di prenderli a schiaffi a due a due fino a che diventano dispari. Non li sopporto, anzi, li ODIO, ed è più forte di me! Anche io a 16, 17 e 18 anni andavo ai concerti, ma giuro di non aver mai fatto quello che vedo fare adesso. Si, qualche scalmanato lo beccavi, ma era sempre la minoranza dispersa nella massa. Adesso siamo veramente agli eccessi…continua...
Come dice sempre qualcuno che conosco, “se hai un tunnel arredalo”. Non so se valga anche per il blog, onestamente, ma mi trovo un po’ pigra e, ammettiamolo, anche un po’ incapace nel caso specifico. Perché quando cinque anni or sono decisi di imbarcarmi in un blog, qui su questa piattaforma, le cose erano un po’ diverse. Tanti template già pronti e l’unico sfizio era quello di cambiarne i colori. Poi vennero le novità, le applicazioni, il file manager e affini, e i server sempre giù, sempre inaccessibili. Però ero diventata bravissima, sissignore! Avevo persino una frase che roteava intorno al cursore, un pop up personalizzato e altre amenità simili. Ora i template sono tre (no dico… TRE!), e per modificarli bisogna inoltrarsi in misteriose categorie fatte di HTML selvaggio e CSS. Ce la posso fare, lo so che sono in grado, e poi basterebbe fare due prove per capire l’ambaradam. Ma non c’ho voglia… non ho ancora capito se voglio lasciare questo angolino di WorldWideWeb così com’è, nudo e crudo, o se voglio infilarci immagini e frasi e riferimenti come facevo prima. Credo comunque di non voler assolutamente copiare nulla dal vecchio blog. I miei tentativi di esportazione sono stati fallimentari e magari è un segnale dall’alto! Quindi così sia (almeno per ora): nuovo per nuovo.
La difficoltà ora, più che nello smanettare la grafica, è nell’esprimere contenuti. Non avrei mai creduto di poter fare a meno di un blog così rapidamente. Eppure è successo. Non ne ho sentito la mancanza, se non a tratti e solo per un certo periodo, fino a dimenticarmene completamente. Dicevo sempre “mo torno, sto fine settimana torno”, e non tornavo mai, tanto che lui alla fine s’è stufato e se n’è andato. E allora perché tornare? Eh, bella domanda. continua...
Un nuovo blog? Dipende. Nuovo di pacca, si vede. Ma la blogger è vecchia, vecchia quanto i primi blog, quando qua su Excite potevi scegliere tra tanti stili e template diversi (dov'è finito il mio writer, ad esempio??), vecchia quanto quegli odiosi cali di server che più o meno tre anni fa costrinsero molti ad emigrare verso altre piattaforme. Me compresa. E allora che ci faccio qua? Semplice, a volte ritornano. Non solo ad Excite, ma al blog. Dopo quattro anni e qualche mese, una chiusura imprevista e inaspettata. Giorni, settimane, poi mesi ad aspettare di poter migrare tutto altrove, distruggersi ciò che rimaneva alle spalle, riprendere da dove si era lasciato. Un destino crudele per tutte le parole spese e scritte e pensate fin qui. Parole che ancora giacciono lì da qualche parte, su un blog chiuso, in attesa ancora di migrare. Quattro anni di vita e sette mesi di buio in mezzo, non male. Tanto vale ricominciare tutto da capo, no? Poi quel che sarà...
Ora conta solo ricominciare a scrivere. A fare le calde, afose notti insonni davanti alle pagine bianche di word, per riempirle di pensieri e fluffa, a svuotare la mente e riempire le pagine. Come si dice... meglio risalire subito a cavallo, dopo una caduta, o non salirai più. Ho capito sulla mia pelle quanto sia vero, quanto sia difficile riprendere e così troppo facile perdersi, lasciare andare...