Non è una citazione da spot, no. E’ semplicemente quello che accade. Le cose cambiano, le cose succedono (a volte). Frenetico quest’anno, quanti cambiamenti in fila, uno dietro l’altro. Terzo lavoro in pochi mesi, ad esempio. Stavolta speriamo, sul serio speriamo, che sia quello giusto. Stavolta sto più o meno dietro una scrivania, dietro un pc, gestisco soci, associazioni, quote, iscrizioni e soprattutto un ciclopico congresso nazionale. Di medici. Ottusi. L’ambiente non è dei migliori, ma ne ho vissuti di peggio e poi vuoi mettere? Per la prima volta in vita mia ho il week end libero. Sabato e domenica. Interamente L I B E R O. Un evento così eccezionale che quasi mi viene l’ansia da prestazione quando si avvicina il venerdi. E lo stipendio? Il più alto che abbia mai percepito fin’ora. Insomma, se stavolta ci fossimo sul serio non mi dispiacerebbe.
Prima di ciò, mi sono fatta un mese intero di ferie. Tutto il mese d’agosto a sollazzarmi tra il nulla cosmico e concerti in trasferta. Per la prima volta, anche questo. Poi settembre back in time al mio vecchio lavoro. Ottobre di nuovo un change. Ecco, vedi che le cose succedono?
E quando le cose succedono, bisogna allenarsi a sopravvivere. Alla metropolitana la mattina: un muro umano di persone su due linee diverse. Alla sveglia, un’ora e mezzo prima dell’abitudine. Al caffè della macchinetta automatica. E soprattutto ad aver mollato il quadrupede a casa di mamma, perché adesso si sta fuori casa 12 ore di fila. A volte mi manca così tanto che avrei voglia di licenziarmi. Come adesso.
Insomma, le cose succedono. Anche quando meno te lo aspetti.
Il mondo non avrà mai un altro Johnny Castle. Quel ballerino troppo figo che, innamoratosi di una ragazza francamente bruttina, disarmonica e scoordinata, sembrava dire “coraggio donne, c’è speranza per tutte!”. Insomma, Dirty Dancing, per la mia generazione e almeno una indietro, è stato (e continua ad essere) il film più visto in assoluto. Non ho mai visto tante volte nemmeno la saga di Star Wars, o le repliche incessanti di Scrubs su MTV. Dirty Dancing va in loop, fino a consumare tre VHS prima dell’era del DVD, fino a saperne a memoria ogni scena, ogni battuta, ogni attacco. Mettere su il cd della colonna sonora e pensare, ad ogni canzone, frasi del tipo “questo è il mio spazio, questo è il tuo spazio… tu tum tu tum”, oppure “non rimpiango niente” o “nessuno può mettere Baby in un angolo”. Spesso è la vita che ti mette in un angolo. E alla fine ha dovuto arrendersi anche lui, l’attore che ha fatto emozionare e sognare più di qualunque Brad Pitt, Johnny Depp o George Clooney. Quando sul piatto ci sono i suoi Balli Proibiti, non ci sono Twilight che tengano: quella è una storia d’amore impossibile col vantaggio di essere “vera”. Quello è un film pieno di sensazioni, dissapori, divari sociali che chiunque nel corso della propria vita può incontrare sul serio. E’ un film di drammi e lieti fine, di balli che si consumano soprattutto fuori dalla pista.
E’ quell’emozione con cui quelle della mia età sono diventate grandi, a forza di braccia spettinate al solo sentire l’attacco di due note. Il mondo non avrà un altro Johnny Castle.
Prologo: l'amico Timpa, prode isolano emi-immi-grato nel profondo nord est che produce, prima di partire per le sudate (è il caso di dirlo!) vacanze lancia un contest, questo. Durante una caldissima e quanto mai umidissima cena romana, la sottoscritta viene alzata a notaio ufficiale della competisciòn. Con i miei tempi, perchè si sa che la burocrazia c'ha i suoi tempi, sono qui a pubblicare finalmente le prove dovute per pagare il premio al giusto vincitore.
Si Chris, fattene una ragione. E' decisamente un premio in natura.continua...
Non ho sonno. Tra le tante cose che potrebbero accadere alle tre e mezzo di mattina, questa forse è la peggiore: totale assenza di sonno dopo tre ore (circa) di dormiveglia agitato.
Ho le gambe ridotte ad un campo di battaglia tra nuclei di zanzare, fresco ricordo dei tre giorni zen passati in esilio a casa di mia madre. Forse ho fame, ma solo forse, e non riesco bene a definire lo stato del mio stomaco. Sete no, ho già tracannato acqua fresca, forse mi ci vorrebbe un pentolone di the alla menta ma ne sono sprovvista. La voglia di mettermi a fare qualcosa di costruttivo equivale a zero: fa caldo, troppo. Bruciore agli occhi, difficile tenerli aperti ma anche chiuderli. Insomma: cheppalle. Quando potresti farti 14 ore di sonno filato, finisci a delirare davanti ad un computer in piena notte. Quando devi alzarti alle 7, tiri giù tutti i Santi del Paradiso perché dormiresti altre 5 ore almeno. E’ un’ingiustizia, ecco. E forse è anche il segno che sto invecchiando. Nonostante una settimana fa mi abbiano dato 24 anni (e non di galera), alla faccia della stronzetta di Nichelino che mi aveva dato della vecchia, lei che a 21 anni ne dimostrava 40 pieni. Gioventù bruciata.
E continuo a sbadigliare senza avere sonno: forse avrei bisogno di un pinguino de longhi.
Mah, diciamo bene. Mi pongo la domanda e mi do una risposta incerta, come incerte sono tutte le cose che sto vivendo ora. Esausta e sfinita da una situazione insostenibile, ho detto addio al mio “nuovo lavoro”, progettando un allontanamento graduale in seguito alle implorazioni del capo idiota. Ancora qualche giorno, e poi… boh. E poi non ho idea di cosa accadrà nel mio futuro, anche se ovviamente ho un piano B messo da parte, che mica sono scema! C’è un’idea, un progetto che mi piace ed entusiasma a giorni alterni, che oscilla e vacilla tra burocrazia e fattibilità, e che ancora non ho ben capito se voglia davvero perseguire. Ci sono dei colloqui, delle idee, delle probabilità.
PARTE DUE
Per ovviare al dolore di una trasferta mancata, mi sono comprata il navigatore. E’ come se avessi comprato degli sci per dimenticare di non poter andare in settimana bianca. Qualche altra trasferta rapida, da fare in giornata, è in programma, ma se fino ad ora me la sono cavata con i bigliettini della via michelin, forse avrei anche potuto continuare. Comunque no, non sono pentita del mio acquisto, per ora lo trovo molto divertente, soprattutto quando lo faccio impazzire non rispettandolo e lui deve calcolare mille volte l’itinerario.
PARTE TRE
Venerdi scorso ho preso tanta, tantissima acqua ad Asti. La pioggia su un concerto, comunque, fa molto rock’n’roll. Indimenticabile la signora che si affaccia dal palazzo di fronte, mentre cercavamo riparo sotto un portone, e ci offre dei sacchi di plastica da indossare come k-way: che il Signore la benedica, ora e sempre! Avvolte in quei condom giganti eravamo davvero chic, due giorni dopo piene di mal di gola e raffreddori un po’ meno…
COLONNA SONORA
Nella Lista Delle Cattive Abitudini, il nuovo album dei Velvet.
E poi succede che il tempo passa, gli eventi anche, un lavoro di merda risucchia la tua vita e perdi anche la voglia di comunicare.
Ho fatto un altro giro sulle montagne russe: prima su su in alto, poi giù senza freni. Ho corso in auto tra Ancona, Piacenza e Trento per vedere un sogno realizzarsi, e nemmeno il tempo di godermelo che qualcosa mi ha trascinata di nuovo piedi a terra.
Ho rivissuto la gioia di uno scudetto, e avrei voluto e potuto scriverne tanto: il 17 maggio, come nel 2000; dallo 0-2 al 3-2, come nel 2000. Una serie di finale da urlo e dieci anni di vita spesi in una partita, notti passate in autostrada e rientri a casa in tempo per andare a lavoro, migliaia di chilometri macinati in quattro giorni. Per vedere, finalmente, una persona che da troppo tempo lo meritava alzare la coppa, e sentirla un po’ anche mia.
Così, in poche righe, ben lontane da quelle che pensavo di scrivere all’inizio. Perché poi, esattamente un mese fa, un calvario inevitabile è piombato sulla mia testa e tutto il resto ha perso di significato. E sti cazzi del lavoro, del contratto, del capo, delle bollette, della gente, del resto del mondo: ho perso un pezzo di me, ed era un pezzo bellissimo.
Da cinque giorni Attila non c’è più. Attila era un bulldog bellissimo, portato via da un male bruttissimo. La mia vita è più povera e vuota, adesso. E sembra che niente abbia più senso, qui intorno.
Com’è finita? Che ovviamente la domenica nessuno, a parte me, si è presentato a lavoro. E che sempre ovviamente il Briatore de’noantri non si è degnato nemmeno di rispondere al telefono. E la sottoscritta? Via da sola verso l’assalto delle cavallette, oltre orario, senza sapere di che morte dovesse morire. Ero incazzata? Naaaaa. Di più!! Lunedi ho fatto sgorgare sangue. Il piccolo Briatore ha chiesto perdono, professandosi cretino a più riprese, ed ha promesso che non accadrà più. Sono seguiti due giorni di terrore psicologico, poi ci siamo calmati. Ed ora stiamo peggio di prima. Grazie alle aperture straordinarie richieste e concesse da chi non fa un cazzo dalla mattina alla sera, con meno di 24 ore di preavviso ci hanno detto che saremmo stati al chiodo anche oggi. Così finisce che nell’intero mese di aprile, i giorni di riposo saranno stati solo due, attaccati e festivi, e per il resto puoi anche morire. E mi sono anche dovuta sentir dire che “per questa volta in via eccezionale” potevo anche stare a casa, ma che “non succeda più che dobbiamo essere collaborativi bla bla bla”. Abuso sconsiderato della parola “collaborativi”. Insomma, un giorno di riposo ogni tre settimane deve essere un favore che mi fanno in via del tutto eccezionale?! No grazie, se mai sono io quella che va ringraziata. Quindi oggi si va al chiodo, e alla prima occasione utile si fa presente che lo schiavismo è fuori moda.
Da un mese e mezzo circa, devo subirmi i discorsi da Briatore dei poveri fatti da un ragazzino arrogante, che si sente molto figo perché mami gli ha messo in mano il negozio in cui lui, oltre aprire e chiudere, non deve fare un’emerita sega. E questo mi parla di gruppo, di lavoro di squadra, di “collaborare”, abusa della parola “collaborazione” e del verbo “collaborare” senza nemmeno saperli coniugare, i verbi, e poi con cinque giorni di ritardo ti da un mezzo stipendio e ti fa anche capire che ti sta facendo un favore. Da un mese e mezzo circa, questo ragazzino un po’ scemo e un po’ cresciuto non arriva quando dovrebbe, non risponde al telefono, scompare nel nulla giornate intere e nessuno sa che fine abbia fatto, nemmeno mami. Ecco, domani il ragazzino un discorsetto dovrà sentirselo, non farlo. Che non mi puoi rompere le palle perché faccio medie troppo alte e “dobbiamo collaborare”, e poi mi lasci sola il sabato pomeriggio e ti disciogli nell’aere come le polveri sottili! Sempre che domani, domenica e per di più di mattina, qualcun altro oltre me si presenti a lavoro.
Non c’è che dire, ormai mi sono ambientata: odio tutti, domani licenzio il mio capo.
E’ solo l’onda d’urto. Del terremoto, del nuovo lavoro, delle nuove scelte consapevoli e obbligate. Tutto trema, tutto vacilla: la casa, la terra, la vita. E’ solo l’onda d’urto.